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Aconitum sp. L. - famiglia delle Ranuncolacee

Tra gli aconiti più conosciuti ricordiamo:
  • Aconitum vulparia Reichemb., aconito vulparia o lupaja
  • Aconitum napellus L., aconito napello

 

Descrizione

La lupaja o aconito vulparia è presente nei pascoli e nei boschi delle Alpi e degli Appennini; la pianta è alta da 50 a 120 cm con infiorescenza diradata spesso ramosa, pubescente e villosa.  Fiorisce da giugno a luglio. 

  • I fiori sono di colore giallo pallido e presentano una particolare forma di elmo molto allungato, stretto e alto; sono zigomorfi, hanno, cioè, un unico piano di simmetria verticale, e , come la pianta, sono pubescenti e villosi.
  • Le foglie sono divise in 5-7 lobi trifidi, piuttosto larghi.
  • Il frutto è costituito da 3-5 capsule o follicoli sessili, ciascuno dei quali termina con un becco diritto. All’interno del follicolo sono contenuti dei semi piccoli e rugosi, di colore bruno. I frutti secchi sviluppano delle fessure longitudinali dai quali fuoriescono naturalmente i numerosi semi.
  • Le radici sono secondarie a partire da un grosso rizoma fibroso.

L’aconito napello, tipico dell’ambiente alpino, pascolivo e boschivo, ha fusti eretti, semplici o poco ramificati; è alto fino a 150 cm circa, con ricche e colorate infiorescenze a racemo. Fiorisce in estate.

  • I fiori presentano la tipica forma di elmo, tanto lungo che largo. La colorazione ha sfumature di colore azzurro-violaceo intenso.
  • Le foglie sono numerose, alterne, picciolate, con i piccioli che divengono sempre più corti man mano che si risale lungo il fusto. Hanno un bel colore verde intenso, forma palmata, partita, con divisioni sottili, fino a laciniate, ed apice appuntito. La pagina inferiore è di colore verde chiaro.
  • Il frutto, solitamente composto da 3 follicoli lunghi circa 2 cm, contiene dei semi di colore nero, lucidi, di forma circa tetraedrica.
  • Le radici sono tuberizzate. Al termine del periodo vegetativo il vecchio tubero muore e resta il giovane, che nella primavera successiva darà origine a una nuova pianta.

La varietà japonicum (coltivata) fiorisce fino ad inverno inoltrato.

 

Tossicità

L’Aconitum è la specie più tossica presente nella flora italiana, cresce spontanea nei boschi, sui pascoli e prati montani alpini e appenninici (come nel parco dei Monti Sibillini).

Secondo quanto si legge in Nuovo Erbario Figurato: “[...] Questa pianta è fortemente velenosa in condizioni naturali, ma perde in coltura una parte della sua attività”.

I principi venefici di questa pianta, in particolare alcuni alcaloidi tossici, tra cui l’aconitina, sono concentrati soprattutto nella radice carnosa, simile a quella del rafano; sono, tuttavia, presenti anche nelle parti aeree.

La radice è molto profonda e questo ne riduce considerevolmente la possibilità di un utilizzo accidentale.

In passato, tuttavia, sono stati segnalati possibili casi di avvelenamento per averla mangiata al posto di altri tuberi commestibili, come il rafano o la rapa.

Il bestiame tende naturalmente a evitare le piante di aconito, anche se sono noti casi di avvelenamento per ingestione di foraggio contenente aconito.

Contrariamente a quanto avviene per la maggior parte delle ranuncolacee, la velenosità del napello, pur diminuendo un poco, non si annulla con l’essiccazione.

L’aconitina è uno dei veleni più potenti attualmente conosciuti, pericolosa anche per contatto (ovvero per assorbimento tramite l’epidermide): è quindi potenzialmente pericoloso tenere in mano, direttamente senza protezione, un mazzo di fiori di aconito perchè possono insorgere fenomeni irritativi locali e intossicazioni anche gravi; l’aconitina, infatti, viene estratta non solo dalla radice ma anche dalle foglie di aconito.

Anche gli aconiti coltivati come piante ornamentali sono velenosi e quindi potenzialmente pericolosi.

 

Curiosità

Aconito napello

Il nome del genere  Aconitum deriva dal greco akòniton  (= pianta velenosa).  La pianta infatti è conosciuta per la sua alta tossicità fin dai tempi dell’antichità omerica.  Si narra che l’aconito napello sia stata una delle piante preferite dagli antichi per avvelenare le frecce e  uccidere i nemici. 

Plinio cita questa pianta come portatrice del veleno ad azione più rapida, ma la ritiene anche un potente antidoto per molte altre sostanze tossiche, come  il veleno degli scorpioni. Secondo Plinio, infatti, il napello uccide ma se incontra nell’organismo un altro veleno ne annulla ogni effetto, annientando nell’incontro anche i suoi stessi effetti nocivi. 

La pianta dell’aconito è da sempre considerata simbolo di malefici e uno degli ingredienti preferiti da maghe e fattucchiere. Antiche credenze popolari ne raccomandano l’uso per tenere lontani i vampiri. 

Secondo la mitologia, la pianta di aconito è nata dalla bava di Cerbero, quando questi vide la luce del sole nel corso della dodicesima fatica di Ercole. A tale proposito, nelle  Metamorfosi  di Ovidio leggiamo: “[...] il mostro riempì il cielo di un triplice latrato, cospargendo l’erba dei campi di bava bianchiccia. E si pensa che questa, coagulandosi, trovasse alimento nella fertilità del suolo e divenisse un’erba velenosa, che nasce rigogliosa in mezzo alle rocce, ed è chiamata per questo aconito dai contadini”. 

La mitologia nord europea considera il fiore dell’aconito simbolo dei cavalieri erranti, con il potere di rendere invisibili. In questo caso la suggestione nasce, evidentemente, dal fiore per la forma che ricorda quella degli elmi antichi. 

Nei paesi nordici l’aconito napello è conosciuto anche con il nome di “cappello di Thor” o ” cappello di Odino”; in Danimarca, come  “elmo di Troll”  e, nei paesi germanici, come “elmo di ferro”. Quando la religione cristiana prese il sopravvento su quelle pagane il nome fu cambiato in un più tranquillo “cappello del monaco”. Si narra che chiunque riuscisse ad usare il “cappello di Thor” aveva il potere di scomparire per ricomparire improvvisamente e  inaspettatamente tra gli uomini, cavalcando un cavallo a otto zampe, accompagnato da due lupi e due cervi. 

In Francia, ha prevalso l’aspetto legato alla bellezza dei fiori e  il nome comune usato oltralpe richiama la dea dell’amore:  char de Venus (carro di Venere). Se al fiore togliamo il cappuccio esterno, nelle parti restanti, con un po’ di fantasia, potremo riconoscere le sembianze di un carro trainato da colombe. 

Nel linguaggio dei fiori, l’aconito simboleggia la vendetta e l’amore colpevole. 

Tra le specie coltivate, più interessanti per la lunga fioritura che si protrae sino a inverno inoltrato, ricordiamo l’A. japonicum L. La varietà coeruleum, in particolare, si fa preferire per i fiori abbondanti e delicati. 

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