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Fiori del giusquiamo nero

Hyoscyamus sp. - famiglia delle Solanacee
  • Hyoscyamus niger L., giusquiamo nero
  • Hyoscyamus albus L., giusquiamo bianco

Descrizione

È una pianta biennale o annuale, alta fino a mezzo metro.
Il fusto è vischioso, molto foglioso, con foglie alterne, sessili e semiabbraccianti.
I fiori hanno corolle giallo-rosate o giallastre con venature violette; raramente sono di colore giallo-biancastro senza venature.
Il frutto permane a lungo nel calice.
Si presenta come una capsula a due cavità, ricca di piccoli semi scuri, velenosissimi.
Fiorisce da giugno a settembre ed è tipica degli ambienti ruderali, asciutti ed incolti dal piano alla media montagna.
Sui vecchi muri, in particolare, sarà possibile trovare anche il giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus L.).
Questa pianta è relativamente simile al nero.
È fetida, ha fiori bianchi, con fauce scura, ma senza reticolatura.
Ha tutte le foglie picciolate, mentre il calice presenta denti non acuti.

Tossicità

Tutta la pianta è tossica per la presenza di tropano-alcaloidi (tra cui la scopolamina), ma soprattutto lo sono le foglie ed i semi, piccoli, brunastri, reniformi.
I sintomi seguenti all'avvelenamento sono molto simili a quelli causati dall'ingestione di parti di belladonna, con sdoppiamento della vista, accessi di follia ed aggressività.
In letteratura si legge che l'ingestione di 20-30 semi può causare la morte di un bambino, mentre una dose quintuplicata quella di un adulto.


Fiori di giusquiamo nero

Curiosità

Il giusquiamo nel linguaggio dei fiori è il simbolo del difetto, l'intera pianta, invero, non ha alcun elemento apprezzabile, essendo sia maleodorante, sia velenosa.
Questa pianta ha avuto ampia propagazione lungo le vie della transumanza: per la sua complessiva vischiosità rimaneva, infatti, facilmente attaccata al vello delle pecore, che ne hanno, in conseguenza favorito la diffusione lungo i sentieri e le zone pascolive attraversate.
Il nome generico deriva dal greco antico e significa "fava del porco", i maiali, infatti, sembra se ne possano cibare senza danni apparenti.
Si tratta di una pianta conosciuta sin dai tempi più antichi.
Da sempre utilizzata come potente veleno, ma anche per curare mali, un tempo diversamente, difficilmente rimediabili, tra cui, ad esempio, il mal di denti.
Per tale motivo è stata chiamata, in passato, con il nome di dente cavallino, o con quello di erba di Sant'Apollonia, una santa invocata per la protezione da questo male.
È stata anche uno dei più conosciuti anestetici ed ha aiutato molti pazienti a sopportare il dolore durante le operazioni chirurgiche.
Potente veleno, l'essenza di giusquiamo, secondo una tradizione ormai consolidata, è la pianta nominata da William Shakespeare nella descrizione della morte del padre di Amleto, nella tragedia omonima.
Se si eccettuano, secondo i detti antichi, i maiali, gli altri animali sono al pari degli uomini estremamente sensibili alla veneficità del giusquiamo, tanto che tutti gli uccelli, compresi i volatili da cortile, se si cibano dei semi di questa pianta perdono la vita in pochi istanti.
Il giusquiamo, infine, ha fatto parte della tradizione magica, certamente per il potente effetto allucinogeno.
Plinio la descrive come pianta che altera la mente e disturba la testa, effetti da cui deriva, probabilmente, il nome volgare antico di disturbio, con cui il giusquiamo è stato pure appellato.
In "Zadig" o "il destino", opera di Voltaire , si legge "... Intanto sul far del giorno, il farmacista di Sua Maestà entrò in camera mia con una pozione di giusquiamo, oppio, cicuta, elleboro nero e aconito ...".
Una miscela mortale, racchiudente alcuni degli ingredienti vegetali più venefici conosciuti sin dall'antichità e con i quali si usava porre fine a discordie più o meno regali.


Fiori di giusquiamo nero

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